Cromo

REGOLE PER L'ETICHETTATURA PRODOTTI TESSILI E CALZATURE

ETICHETTATURA PRODOTTI TESSILI ABBIGLIAMENTO CALZATURE FEDERAZIONE MODA ITALIA RENATO BORGHI MASSIMO TORTI

Federazione Moda Italia ritiene opportuno riassumere le prescrizioni definite dalle normative che regolano la materia (in particolare, Codice del Consumo – D.Lgs. 206/05, artt. da 5 a 12 e da 102 a 113 e Direttiva Comunità Europea 96/74/CE recepita in Italia dal D.Lgs. 194/99 ed il Regolamento UE 1007/2011 relativo alle denominazioni delle fibre tessili e all'etichettatura e al contrassegno della composizione fibrosa dei prodotti tessili).

Tutti i prodotti tessili e dell'abbigliamento per poter essere messi in vendita al pubblico devono "obbligatoriamente" ESSERE MUNITI DELLA ETICHETTA DI COMPOSIZIONE FIBROSA che deve essere redatta in lingua italiana con caratteri tipografici facilmente leggibili e chiaramente visibili.

L'etichetta, redatta in lingua italiana, deve contenere:

- la composizione fibrosa espressa in lingua italiana ed in percentuale - (come previsto dall'art. 8 del D.lgs. 194/99);
- l'indicazione del produttore o del rivenditore - (come previsto dagli artt. 103-104 del D.lgs. 206/2005 "Codice del consumo")

Al fine di agevolare la diffusione delle buone pratiche, si allega:

  1. il Vademecum di Federazione Moda Italia su "Etichettatura Prodotti Tessili e Calzature"
  2. un documento prodotto dalla CCIAA di Milano con il Centro di Ricerca Tessile su “L'etichettatura di composizione dei prodotti tessili”
  3. le normative di riferimento

 

Dopo anni di battaglie sindacali condotte a favore dei negozi da parte di Federazione Moda Italia che ha visto, tra l'altro, l'organizzazione di incontri di sensibilizzazione nelle sedi Confcommercio di pressoché tutta Italia, il 4 gennaio 2018 è entrato in vigore il Decreto Legislativo n. 190 del 15 novembre 2017 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 296 del 20 dicembre 2017) sulla disciplina sanzionatoria per la violazione delle disposizioni sull'etichettatura dei prodotti tessili e delle calzature).

Finalmente l'anomalia delle sanzioni ai commercianti è stata corretta. Un'importante risposta alle richieste di equa responsabilità lungo la filiera. Dopo decenni di gravose responsabilità e pesanti sanzioni attribuite sostanzialmente ai soli commercianti a causa di etichette non corrette, c'è grande soddisfazione nel vedere riconosciuta piena responsabilità sull'etichettatura dei prodotti tessili e delle calzature a chi effettivamente etichetta.

La nuova normativa è una risposta all''esigenza di chiarezza e trasparenza nelle indicazioni obbligatorie riportate in etichetta ed alla richiesta di sanzioni proporzionate alla responsabilità dei diversi soggetti lungo tutta la filiera.

Era inammissibile, oltre che inaccettabile, che un operatore commerciale, in quanto obbligato principale, tra l'altro molto spesso vessato da clausole che gli negano ogni diritto di rivalsa nei confronti dei fornitori, dovesse ancora rispondere di omissioni o negligenze di operatori terzi (produttori/importatori).

Un'anomalia che finalmente viene corretta da questa legge.

Un'anomalia, però, che fino all'ultimo ha prodotto strascichi con contestazioni di sanzioni effettuate a gennaio per controlli operati a cavallo tra novembre e dicembre 2017 in alcune aree d'Italia, dopo la stessa approvazione del nuovo provvedimento.

In particolare, il Decreto Legislativo che accoglie tutte le richieste avanzate da Federazione Moda Italia:
attribuisce una responsabilità diretta e conseguenti pesanti sanzioni (fino a 20.000 euro) a chi effettivamente etichetta i prodotti (calzature e tessili) e cioè a fabbricante, importatore e al distributore
introduce l'assegnazione da parte dell'Autorità di vigilanza (CCIAA, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli) di un termine perentorio di 60 giorni al fabbricante o al suo rappresentante o al responsabile della prima immissione in commercio delle calzature o dei prodotti tessili sul mercato nazionale, per la regolarizzazione dell'etichettatura o il ritiro dei prodotti dal mercato. Ai soggetti che non ottemperano entro il termine assegnato, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da 3.000 euro a 20.000 euro

È poi fondamentale sapere che il provvedimento prevede che:
• il fabbricante, l'importatore o il distributore che non forniscano sui siti web le indicazioni relative alla composizione fibrosa è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da 1.500 euro a 20.000 euro;
• il distributore che mette a disposizione sul mercato le calzature senza aver esposto in negozio un cartello con le informazioni sulle componenti delle calzature, è soggetto alla sanzione amministrativa pecuniaria da 200 euro a 1.000 euro.

Consigliamo, infine, di prestare molta attenzione all'etichettatura dei prodotti tessili che segue, in termini generali, una serie di disposizioni europee (Regolamento UE 1.007/2011) ed italiane (D.Lgs. 194/99 e D.Lgs. 206/2005 – Codice del Consumo), al fine di evitare pesanti sanzioni.

In estrema sintesi, è necessario che l'etichetta:

• sia in lingua italiana (es. “100% Cotone” e non “100 % Cotton”, ad esempio in lingua inglese);
• contenga la composizione fibrosa con la denominazione della fibra scritta per esteso (“100% Cotone” e non “100 CO”: il codice meccanografico non è ammesso) e la percentuale del peso indicata in ordine decrescente (es. “90% Cotone 10% Seta”);
• trovi corrispondenza con quanto scritto nei documenti commerciali (es. nelle fatture ci deve essere il riferimento alla stessa percentuale di composizione fibrosa indicata in etichetta);
• sia saldamente fissata al prodotto messo in vendita;
• indichi nome, ragione sociale o marchio ed anche sede legale del produttore/importatore (estremi del produttore ex art. 104 del D. Lgs. 206/2005 – Codice del Consumo e quindi l'indicazione della Via e della città);
• preveda l'indicazione “Contiene parti non tessili di origine animale” qualora, ad esempio, si tratti di piumini, maglioni con toppe o inserti in pelle o scamosciati, bottoni in madreperla o corno naturale.

Articolo “L'ETICHETTA DEI PRODOTTI DI MODA: SERVE UNA REVISIONE DELLA NORMA” del Segretario Generale di Federazione Moda Italia, Massimo Torti, pubblicato sulla Rivista “Il Commercialista” nel mese di ottobre 2016 (Pag. 8)

Negli ultimi mesi, ma l'attività di controllo coordinata dal Ministero dello Sviluppo Economico è in atto da anni, funzionari ispettivi delle Camere di Commercio italiane ed anche della Guardia di Finanza hanno effettuato sopralluoghi nei negozi di moda, abbigliamento, calzature, accessori, pelletterie, articoli sportivi e tessili per la casa per verificare se i prodotti in vendita fossero regolarmente provvisti di etichettatura a norma di legge. Il rischio è grosso per il dettaglio moda, in particolare. In caso di etichettatura non conforme di articoli tessili e calzaturieri, gli operatori commerciali potrebbero vedersi elevare dai funzionari ispettivi verbali di contestazioni (con sanzioni importanti) e soprattutto potrebbero assistere all'immediato sequestro dei prodotti (ad esempio per la mancanza degli estremi dei produttori).

Va da sé che l'etichetta non l'attacca il commerciante bensì il produttore o, comunque, il fornitore, ma l'operatore commerciale che – per una sorta di “culpa in vigilando” e ad un “permettetemi di considerare anacronistico” principio di prossimità (è il soggetto più vicino al consumatore) – è soggetto ad una sanzione troppo gravosa e di sicuro inversamente proporzionale alla sua responsabilità nel rapporto di filiera, in una ratio legislativa che presuppone un diritto di rivalsa nei confronti dei fornitori.

Peccato, infatti, che nei contratti (copie commissioni), il nostro diritto ammetta la rinuncia al diritto di rivalsa. Infatti l'art. 131 del Codice del Consumo (D.Lgs. 206/2005) prevede che “Il venditore finale, quando è responsabile nei confronti del consumatore a causa di un difetto di conformità imputabile ad un'azione o ad un'omissione del produttore, di un precedente venditore della medesima catena contrattuale distributiva o di qualsiasi altro intermediario, ha diritto di regresso, salvo patto contrario o rinuncia, nei confronti del soggetto o dei soggetti responsabili facenti parte della suddetta catena distributiva”. E sappiamo come le clausole vessatorie vadano ad incidere nei rapporti tra le parti dove i fornitori assumono una netta posizione e forza contrattuale.

A fronte di questa situazione, ricordo a tutti gli operatori di prestare molta attenzione all'etichettatura dei prodotti tessili che segue, in termini generali, una serie di disposizioni europee (Regolamento UE 1.007/2011) ed italiane (D.Lgs. 194/99 e D.Lgs. 206/2005 – Codice del Consumo), al fine di evitare pesanti sanzioni.

In estrema sintesi, ci tengo a rimarcare l'importanza per i commercianti di verificare che l'etichetta:

  1. sia in lingua italiana (es. “100% Cotone” e non “100 % Cotton”);
  2. contenga la composizione fibrosa con la denominazione della fibra scritta per esteso (“100% Cotone” e non “100 CO”) e la percentuale del peso indicata in ordine decrescente (es. “90% Cotone 10% Seta”);
  3. trovi corrispondenza con quanto scritto nei documenti commerciali (es. nelle fatture ci deve essere il riferimento alla stessa percentuale di composizione fibrosa indicata in etichetta);
  4. sia saldamente fissata al prodotto messo in vendita;
  5. indichi nome, ragione sociale o marchio ed anche sede legale del produttore/importatore (estremi del produttore ex art. 104 del D. Lgs. 206/2005 – Codice del Consumo);
  6. preveda l'indicazione “Contiene parti non tessili di origine animale” (ad esempio per piumini, maglioni con toppe o inserti in pelle, bottoni in madreperla o corno naturale).
  7. Per le calzature ci si rifà ai dettami della Direttiva 94/11/CE, recepita in Italia dal D.M. 11/04/96, che prevede l'obbligo dell'etichetta con gli appositi simboli su almeno una delle calzature (e gli estremi del produttore sulla scatola ex D.Lgs. 206/2005) e l'esposizione di un cartello in negozio contenente le informazioni sui componenti delle calzature (con i simboli delle parti che devono essere etichettate e quelli dei materiali che compongono le differenti parti delle calzature).
  8. Per chi vende on-line (e-commerce), si ricorda di prestare particolare attenzione a quanto previsto dall'Art. 16 del Regolamento UE 1.007/2011 sull'impiego delle denominazioni delle fibre tessili e delle descrizioni della composizione fibrosa “ All'atto della messa a disposizione di un prodotto tessile sul mercato, le descrizioni della composizione fibrosa di cui agli articoli 5, 7, 8 e 9 sono indicate nei cataloghi, nei prospetti, sugli imballaggi, sulle etichette e sui contrassegni in modo che risultino facilmente leggibili, visibili e chiare e con caratteri uniformi per quanto riguarda le dimensioni e lo stile. Tali informazioni sono chiaramente visibili per il consumatore prima dell'acquisto, anche se effettuato per via elettronica”.

Faccio alcuni esempi pratici che fanno ben comprendere l'effettivo rischio per i commercianti di vedersi sanzionati a volte addirittura in maniera insensata. È accaduto, ad esempio in provincia di Mantova, che a seguito di un controllo sulla composizione fibrosa effettuato su due paia di calze di aziende piuttosto conosciute, questa non sia risultata conforme a quanto dichiarato in etichetta dal produttore/fornitore. Tra l'altro, quanto indicato in etichetta non era stato riportato neppure in fattura. A seguito di questa situazione, l'organismo ispettivo ha steso un verbale di contestazione al commerciante (una piccola merceria di paese) con una sanzione prevista di un minimo di 1.032,91 euro ed un massimo di 5.167,57. Sanzione che, se pagata entro 60 giorni dalla notifica, poteva essere ridotta ad un importo pari alla cifra più favorevole tra un terzo del massimo ed il doppio del minimo (pari a 1.721,52 € moltiplicato per due violazioni accertate – e quindi complessivamente pari a 3.443,04 €). Avete capito bene: il verbale di contestazione è stato indirizzato alla commerciante, sicuramente ignara della composizione fibrosa di quelle paia di calze. Incredibile...Federazione Moda Italia è comunque intervenuta con l'Associazione aderente della Confcommercio di Mantova in soccorso dell'azienda per presentare ricorso.
Ma non è tutto. A luglio, alcuni operatori commerciali ci hanno segnalato che funzionari ispettivi della Guardia di Finanza di Perugia e di Trieste hanno verificato in alcuni negozi di moda situazioni di etichettatura non conforme per mancanza degli estremi dei produttori, con conseguente sequestro dei relativi prodotti. A fronte di questi, fortunatamente ancora pochi, ma sicuramente non trascurabili “disagi” che, in un periodo di crisi per il dettaglio moda come quello attuale, sono visti come un'insopportabile ingiustizia, occorrerebbe che il legislatore riflettesse un attimo su quelle che possono essere le conseguenze di talune iniziative e chi vanno a colpire. Riteniamo che non sia più tollerabile che, a distanza di oltre 40 anni dalla prima norma in materia (Legge 26 novembre 1973, n. 883 “Denominazioni ed etichettatura prodotti tessili”) e a fronte di un Regolamento europeo le cui disposizioni sono direttamente applicabili a tutti gli stati membri, ancora oggi siano immessi sul mercato dai produttori/fornitori prodotti con etichette non conformi. La motivazione per noi è chiara, però: finché si sanzionano i soli commercianti e le sanzioni – ammesso che si riesca ad esercitare il diritto di rivalsa – sono un piccolo salasso per i negozi, ma briciole per la produzione, è difficile che la sola moral suasion ed i nostri tour di sensibilizzazione possano portare al rispetto delle regole che ci sono e devono essere osservate.
Per questo Federazione Moda Italia, oltre a sensibilizzare tutti gli operatori italiani – con un tour “SOS Etichettatura” che ha visto una sessantina di tappe da Bolzano a Palermo – a prestare la massima attenzione all'etichettatura per non incappare in pesanti sanzioni (o, peggio, in sequestri di merce), si batte in difesa delle centinaia di migliaia di negozianti che operano – non senza difficoltà – in un settore che ci vede ancora leader a livello internazionale, promuovendo la revisione della normativa sulle responsabilità e relative sanzioni.
È inammissibile, oltre che inaccettabile, che un operatore commerciale, in quanto obbligato principale, tra l'altro molto spesso vessato da clausole che gli negano ogni diritto di regresso nei confronti dei fornitori, debba rispondere delle negligenze o omissioni di operatori terzi (produttori/importatori). È un'anomalia che chiediamo di correggere il prima possibile. Infine, con il duplice obiettivo di accrescere la consapevolezza degli imprenditori del settore moda sui rischi da evitare e per promuovere buone pratiche capaci di aumentare le probabilità di evitare gravose sanzioni agli operatori commerciali, Federazione Moda Italia ha realizzato il KIT “SOS Etichettatura” che si compone di:
-un prontuario sulla normativa, vista con particolare attenzione alle incombenze ed alle responsabilità del commerciante;
- un vademecum di consigli pratici che mettono nelle condizioni il commerciante di evitare le pesanti sanzioni e di tutelarsi nei confronti dei fornitori qualora consegnassero merce non etichettata in maniera conforme alla legge;
- due fac-simile di lettere (con i consigli del legale Avv.Sergio Baccherini) da inviare al fornitore in caso di individuazione del vizio di conformità dell'etichetta e, successivamente ad un eventuale controllo, per la comunicazione del danno emergente e del lucro cessante;
- un cartello con la traduzione delle fibre tessili da esporre nel negozio, in camerino;
- un timbro firmato da Federazione Moda Italia - Confcommercio da apporre sugli ordini a tutela del commerciante che permette di segnalare, al momento della sottoscrizione delle copie commissioni, che la merce deve essere consegnata già etichettata in lingua italiana e nel rispetto della normativa vigente.

NUOVA LEGGE SU UTILIZZO TERMINI CUOIO, PELLE e PELLICCIA

Sulla Gazzetta Ufficiale n. 25 del 30 gennaio 2013 è stata pubblicata la Legge n. 8 del 14 gennaio 2013 recante “Nuove disposizioni in materia di utilizzo dei termini «cuoio», «pelle» e «pelliccia» e di quelli da essi derivanti o loro sinonimi”. Il provvedimento, composto di soli cinque articoli, viene a sostituirsi alla legge 16 dicembre 1966, n. 1112 che ha regolamentato la materia sino ad oggi, integrandola con modifiche   e disponendone conseguentemente  l’abrogazione espressa. Quanto alla Definizione merceologica  di pelle, cuoio, pellicce, rispetto a quanto previsto dalla legge 1112/96, vengono ampliati e meglio definite le caratteristiche dei prodotti individuati con i termini  “pelle”,  “ cuoio” e  “pelliccia”, inclusi i prodotti fabbricati dalle spoglie e ricoperti di strati di altro materiale, purchè  questi siano di spessore uguale o non inferiore a 0,15 millimetri. Le  caratteristiche devono essere possedute anche nel caso in cui i termini “cuoio” o “pelle” siano tradotti in una lingua diversa dall’italiano. Per quanto riguarda, invece,  i prodotti rigenerati da fibre di cuoio  e da spoglie con processi meccanici o chimici è disposto il divieto di utilizzo dei termini “cuoio”, “pelle” e “pelliccia” e si attende l’emanazione del decreto del Ministero dello sviluppo economico (entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge)  per la definizione delle specifiche tecniche relativamente a tali prodotti.
Quanto agli Obblighi per le imprese produttrici, i prodotti ottenuti dalle spoglie di animali, sono soggetti alle disposizioni vigenti in materia di tutela della salute dei consumatori, dei diritti dei lavoratori e dell'ambiente. Agli obblighi normativi provvedono le imprese specializzate nella lavorazione dei prodotti  secondo modelli di organizzazione, di gestione e di lavorazione certificati da enti terzi accreditati, in linea con le  normative nazionali ed internazionali.
Per ciò che concerne il Divieto di messa in vendita o commercio, si conferma il divieto di messa  in vendita o  in commercio, con i termini cuoio, pelle, pelliccia, di prodotti che non siano ottenuti unicamente da spoglie animali, sottoposte ai rispettivi trattamenti consentiti e  lavorate appositamente per conservarne le specifiche  caratteristiche naturali. Viene aggiunto che il divieto si applica anche nel caso in cui termini richiamati  siano usati come aggettivi e sostantivi, inseriti quali prefissi o suffissi o sotto nomi generici, anche se tradotti in lingua diversa dall’italiano. Viene inoltre stabilito che per i prodotti ottenuti da lavorazioni nei Paesi esteri che comunque utilizzano la dicitura italiana dei termini “cuoio”, “pelle” e “pelliccia”, l’etichetta deve contenere l’indicazione dello Stato di provenienza.
Infine, in merito alle Violazioni e sanzioni, salvo che il fatto  costituisca reato, è prevista una sanzione amministrativa a partire da 10.000 euro a  50.000 euro (in precedenza non inferiore a 60.000 e non superiore a 1.500.000 lire) a cui si aggiunge il sequestro amministrativo della merce per la sua regolarizzazione, non contemplato dalla normativa abrogata. Viene, altresì, prevista a tutela delle nuove norme la legittimazione ad agire anche a favore delle associazioni di categoria maggiormente rappresentative a livello nazionale, in linea con le indicazioni della Confederazione.

Si ricorda che Federazione Moda Italia ha proposto, con Confcommercio, alcuni emendamenti volti a tutelare l’operatore commerciale al dettaglio ed in particolare per far riconoscere la sola responsabilità dei produttori in quanto la rete distributiva non è in grado, al momento della sottoscrizione dell’ordine e né tantomeno al momento della ricezione della fornitura, di conoscere se effettivamente gli articoli acquistati dai fornitori siano rispondenti ai requisiti di legge.

Sul tema, il Senato si è pronunciato con una raccomandazione, che è stata accolta dal Governo, “di poter valutare la possibilità di introdurre, per quanto di competenza, una disciplina volta a restringere, per il futuro, l'applicabilità della fattispecie di cui al medesimo articolo 4, comma 1, nel senso che essa sia da considerarsi come condotta del solo produttore e non di ogni soggetto comune che si trovi vincolato all'applicazione del disegno di legge in esame”.

Per il Presidente di Federazione Moda Italia, Renato Borghi: «Valutiamo positivamente il fatto che il provvedimento imponga alle imprese produttrici la certificazione di modelli di organizzazione, di gestione e di lavorazione da parte di enti terzi accreditati. Così come è significativo il tentativo di riconoscere la qualità del made in Italy, attraverso l’indicazione dello Stato di provenienza  per quei prodotti che utilizzino la dicitura “cuoio”, “ pelle” o “pelliccia”. Apprezziamo l’atteggiamento del Senato e del Governo verso il problema che abbiamo evidenziato di un ingiusto ed incoerente sistema sanzionatorio nei confronti di ignari operatori commerciali messi sullo stesso piano di chi produce contravvenendo alle norme. Per il nostro settore è un primo ed importante segnale di attenzione che si riflette anche sull’analoga situazione in ambito di etichettatura dei prodotti tessili. Un primo, ma significativo passo verso una presa di coscienza del problema della responsabilità degli operatori commerciali per produzioni ed azioni di terzi».